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La lingua: un sistema in evoluzione e non un mondo chiuso
Ricomincio il blog dedicato a pensieri e idee parlando della Lingua italiana.
Ricomincio a scrivere il mio vecchio blog: la stanza del direttore.
L'ultimo mio post era dedicato al tradimento (a mie spese) da parte di un caro amico. In realtà quello era solo il primo e altri ce ne sono stati per cui mi son detto: "ricomincio il blog". Ed eccomi qua.
Il primo post voglio dedicarlo alla lingua italiana che tutti bene o male parliamo. Forse più male che bene.
Di recente ho avuto una discussione sull'uso di alcuni verbi usati - a dire dei miei interlocutori - in modo errato in quanto come dicono loro "i verbi transitivi sono transitivi, gli intransitivi sono intransitivi. A me hanno insegnato così a scuola. L'Italiano è Italiano".
Ecco il punto. Di quale italiano parliamo? Ne abbiamo consapevolezza?
E' facile fare i "puristi" quando non si sa di cosa di parla.
Sarebbe bene precisare, intanto, che ci sono verbi che possono essere usati in modo sia transitivo sia intransitivo.
Poi per quanto riguarda l'Italiano possiamo benissimo affermare che non c'è un solo Italiano. Quale sarebbe altrimenti quello corretto? Quello nato in Sicilia presso la corte di Federico II a Palermo? Quello toscano di Dante, Petrarca e Boccaccio? Quello di Ariosto? Di Tasso? Foscolo o Alfieri? La lingua di Manzoni?
La verità è che la lingua è una entità in continua evoluzione e trasformazione. E' l'uso a determinare nuove regole. Come ad esempio la lingua italiana che usiamo negli sms che è spesso priva di articoli e ricca di abbreviazioni. E' pur sempre italiano.
L'Italiano dei puristi lo conosce e lo usa maggiormente un tecnico. Ad esempio i tecnici dell'Accademia della Crusca o magari i docenti universitari che hanno avuto una formazione rigida e rigorosa.
Oggi possiamo parlare tranquillamente di Italiano utilizzato in vari settori: purista/accademico, scientifico, matematico, giornalistico, sportivo, economico/finanziario.
Tra questi anche quello popolare, dialettale, regionale. Ogni area geografica ha apportato delle modifiche alla "norma" ed è per questo che spesso, all'interno della stessa provincia ma in comuni diversi, ci sono modi di dire e vocaboli differenti. Ad esempio, per restare nell'ambito popolare, c'è da dire che in alcune zone della Sicilia alcuni tendono a ridurre gli elementi costitutivi di una frase caricando di significati singoli verbi che in una sola volta rappresentano il soggetto, il complemento oggetto e l'azione. Un uso grandioso se non meraviglioso di un singolo verbo che contiene il significato di una frase intera. Una chiara e palese dimostrazione di creatività e ingegnosità da parte di un gruppo sociale.
Qualcuno, al contrario, potrebbe inorridire ma per questo sarebbe opportuno continuare a leggere fino ad arrivare al paragrafo dedicato alla "consapevolezza".
L'uso popolare, inoltre, può essere considerato errore se usato durante una dotta discussione tra puristi/accademici. L'uso popolare tra persone al bar che parlano mentre guardano una una partita di calcio in tv passa in secondo piano.
E' chiaro che se siete delle persone "precisine" e un po' rompiscatole allora sarete di quelli che vanno in giro a correggere tutti: "si dice così... hai sbagliato... l'Italiano è italiano". Ecco appunto: di quale Italiano stiamo parlando? In che contesto? Apriamo un dibattito? Hai i mezzi culturali e le conoscenze per parlarne? No? E allora non dare fastidio agli altri.
Un'altra cosa fondamentale è la consapevolezza dell'uso. Se dico una frase stravolgendo una norma però con la consapevolezza di farlo, è davvero un errore? Ci sono grandi scrittori che hanno stravolto le regole. Prendiamo Gadda e la sua famosa frase "Lo zio fu telefonato da..." e non "ricevette una telefonata"...
Vogliamo processare Gadda? Lo facciamo processare da chi ha aperto un libro di grammatica 25 anni fa quando frequentava ancora le scuole medie? Da colui il quale ha imparato una regola e da allora non si è più discostato da quella?
Digressione. Dovremmo anche valutare la persona che ci sta valutando. Quale è la sua formazione? Ha studiato in modo rigoroso e preciso? E' un insegnante moderno aperto alle innovazioni della lingua?
La lingua di un popolo va analizzata, studiata, percepita nelle sue mille sfaccettature e contestualizzata. Non basta dire "l'Italiano è Italiano. A me hanno insegnato così". Rischiate di mostrare a tutti che siete solo dei miserabili saccenti, che siete ignoranti, che siete molto limitati e che rifiutate ostinatamente ogni forma di cambiamento e di novità.
Rifiutare l'evoluzione della lingua per ancorarsi al passato o ad un contesto (senza sapere quale oltretutto) è una palese dimostrazione di quanto, in realtà, stiate rifiutando i cambiamenti, di quanto siate contrari al tempo che passa, di quanto siate mentalmente chiusi rispetto al nuovo che avanza. In contesti simili la realtà è spesso quella del proprio paesino, del proprio quartiere, della propria parrocchia, delle stesse vecchie abitudini familiari, di quel sistema chiuso pari a "lo faceva mia madre e dunque lo faccio anche io". Un quadro desolante e sconfortante.
Un sistema di idee chiuso e incapace di volgere lo sguardo verso ciò che è diverso e da cui potrebbe attingere per migliorarsi.
L'Italiano non è una lingua morta. E' più facile che siano morte le idee di chi è convinto di parlarlo in modo corretto.
Il direttore







